mercoledì 30 settembre 2026

L'IA e il Dispositivo Analitico: Simulazione della Relazione o Incontro col Reale?

 


L'ingresso dell'Intelligenza Artificiale (IA) nel campo della salute mentale non interroga soltanto la tenuta organizzativa della professione psicoterapeutica, ma scuote le fondamenta teoriche e cliniche della psicoanalisi. Se gli algoritmi di elaborazione del linguaggio naturale (NLP) promettono un’ottimizzazione senza precedenti nella gestione delle informazioni, il loro impatto sul dispositivo terapeutico solleva questioni cruciali sul significato della cura, del linguaggio e della soggettività. Per comprendere la portata di questa trasformazione, occorre esaminare il fenomeno a partire dalle due posizioni che costituiscono la coppia analitica: quella del professionista e quella dell'analizzante.

1. Il Punto di Vista del Professionista: Tra Funzione Strumentale e Posizione Etica

Per lo psicoterapeuta e lo psicoanalista, l'IA si presenta anzitutto come una protesi tecnologica e un supporto operativo. L'integrazione di software avanzati consente di delegare la trascrizione automatica delle sedute, la codifica delle note cliniche e il tracciamento di ricorrenze sintattiche o variazioni di tono nell'eloquio del paziente. Come evidenziato dai primi studi sull'impiego dell'IA nella pratica clinica (Miner et al., 2017), queste funzioni trasformano il software in un segretario digitale in grado di ridurre il carico burocratico del professionista.

Tuttavia, dal punto di vista della clinica ad orientamento lacaniano, l'impiego dell'algoritmo trova un limite strutturale nell'assenza di inconscio e di corpo (Lacan, 1966). L'IA elabora sequenze di elementi significanti sulla base di calcoli probabilistici e correlazioni statistiche, ma opera interamente all'interno di un Simbolico sintattico e svuotato di carne. La macchina non possiede un vissuto, né può sperimentare quel moto di risonanza o di inceppo emotivo che costituisce il controtransfert o l'ascolto liberamente fluttuante teorizzato da Freud (1912).

La funzione dell'analista non consiste nella saturazione semantica, ovvero nel fornire al paziente spiegazioni o diagnosi predittive. L'analista opera piuttosto tramite l'equivoco, la punteggiatura, il silenzio e il taglio della seduta, disfacendo il senso precostituito dell'Io per far emergere la verità del desiderio inconscio (Lacan, 1973). Se il clinico delega all'algoritmo la lettura o la sintesi del materiale emerso, rischia di degradare la propria posizione etica a quella di un mero operatore di dispositivi. Nella teoria lacaniana, l'analista deve poter incarnare la causa del desiderio — ciò che Lacan definisce oggetto\ a — occupando un posto di vuoto e di opacità che nessun software prescrittivo o generativo può riempire.

2. Il Punto di Vista dell'Utente: L'Incontro con la Simulazione

Dal lato dell'analizzante, l'accessibilità delle interfacce conversazionali rappresenta una svolta. Come notano Lucas et al. (2014), la natura non-umana del mezzo informatico può facilitare la rivelazione di vissuti intimi, traumi o pensieri segnati da forte vergogna, abbassando le difese e fungendo da rampa di lancio verso una presa in carico. L'uso di diari guidati dall'IA o di chatbot conversazionali tra una seduta e l'altra offre inoltre un senso di contenimento e di continuità di fronte alle acuzie dell'ansia.

Il nodo teorico più complesso riguarda tuttavia la simulazione della relazione analitica. I chatbot contemporanei non solo rispondono in linguaggio naturale, ma sono addestrati per mostrare validazione, empatia e ascolto attivo. Questa dinamica si colloca primariamente sul piano del Registro Immaginario (Lacan, 1949). L'IA funge da specchio ideale: un interlocutore sempre disponibile, garbato e privo delle resistenze o della stanchezza dell'Altro reale. Se questo rispecchiamento continuo garantisce consolazione e un temporaneo sollievo sintomatico, sul piano analitico rischia di produrre una chiusura narcisistica, rinforzando l'Ego (Ego) anziché decostruirne le identificazioni rigide.

Inoltre, la relazione analitica si regge sul transfert, che si innesca quando il paziente attribuisce al terapeuta la posizione di Soggetto Supposto Sapere (SSS) e si interroga sul suo desiderio: "Che cosa vuole da me?" (Che\ vuoi?). L'algoritmo può essere programmato per fingere esitazioni, ritardi o dubbi, ma questa simulazione costituisce un semplice deficit di codice o un ritardo computazionale, non la reale mancanza d'essere derivante dalla castrazione simbolica e dalla mortalità (Lacan, 1958). Quando l'utente riconosce la natura della macchina, l'enigma del transfert crolla: la macchina non desidera, non manca di nulla e risponde soltanto a un comando.

3. L'Articolazione dei Registri e la Dimensione del Reale

Il confronto tra il dispositivo analitico e l'IA può essere sintetizzato attraverso i tre registri della teoria lacaniana:

  • Nel registro Immaginario: L'IA offre un rispecchiamento empatico e un supporto consolatorio che rassicurano l'Io. La psicoanalisi opera invece per smantellare l'illusione egoica e le identificazioni immaginarie.
  • Nel registro Simbolico: L'IA gestisce la sintassi, i codici e l'elaborazione di pattern linguistici su grandi moli di dati. La cura analitica opera sul significante, sull'equivoco, sulla metafora e sulla parola piena che compromette il soggetto nel suo dire.
  • Nel registro del Reale: L'IA registra un'assenza inevitabile, in quanto la prevedibilità del calcolo sostituisce la contingenza. La psicoanalisi si fonda invece sulla presenza del corpo del parlêtre (essere parlante), sulla contingenza dell'incontro, sull'angoscia e sulla rielaborazione del sintomo unificato alla propria singolarità (Sinthome) (Lacan, 1975-76).

4. Considerazioni Conclusive

L'Intelligenza Artificiale può costituire un valido strumento di supporto diagnostico, amministrativo e psicoeducativo. Tuttavia, la simulazione della relazione non costituisce la relazione analitica. La prima agisce nell'Immaginario per rassicurare e contenere la struttura dell'Io; la seconda si serve del transfert e della presenza reale per incrinare le certezze del soggetto e consentirgli di assumere la verità del proprio desiderio.

Bibliografia

  • Freud, S. (1912). Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico. In Opere, vol. 6. Torino: Boringhieri.
  • Lacan, J. (1949). Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell'io. In Scritti (vol. 1). Torino: Einaudi, 1974.
  • Lacan, J. (1958). La direzione della cura e i principi del suo potere. In Scritti (vol. 2). Torino: Einaudi, 1974.
  • Lacan, J. (1966). Posizione dell'inconscio. In Scritti (vol. 2). Torino: Einaudi, 1974.
  • Lacan, J. (1973). Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964). Torino: Einaudi, 1979.
  • Lacan, J. (1975-76). Il Seminario. Libro XXIII. Il Sinthomo. Roma: Astrolabio, 2006.
  • Lucas, G. M., Gratch, J., King, A., & Morency, L. P. (2014). It’s only a computer: Virtual humans increase willingness to disclose. Computers in Human Behavior, 37, 94–100.
  • Miner, A. S., Milstein, A., & Hancock, J. T. (2017). Talking to machines about personal mental health problems. JAMA, 318(13), 1217–1218.

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