In che modo la psicoanalisi orientata dall’insegnamento di Jacques Lacan si accosta alla dimensione del comico? Lungi dal liquidare la comicità come un semplice sfogo di energia psichica o una difesa superficiale contro l’angoscia, il campo lacaniano individua nel riso e nella struttura della commedia un dispositivo clinico e teorico di prim’ordine. Se la tragedia è il teatro della colpa, del destino e della sublimazione del sacrificio, il comico rappresenta la risposta più radicale alla faglia del significante e all'impossibilità dell’armonia intersoggettiva. È attraverso la lente di Jacques-Alain Miller che questa intuizione trova la sua definitiva collocazione clinica: il passaggio dalla gravità tragica del sintomo alla leggerezza ironica del sinthomo.
1. La logica significante del Witz e il circuito dell'Autre
Nel Seminario V: Le formazioni dell'inconscio (1957-1958), Lacan riconsidera l'analisi freudiana del motto di spirito (Witz). Il comico non è un’esperienza solitaria o meramente intrapisichica; esso necessita strutturalmente dell'intervento del grande Autre (A). Affinché una battuta, un equivoco o un cortocircuito linguistico producano l'effetto di riso, occorre che la dimensione dell'Autre funzioni da cassa di risonanza, ratificando la trovata significante.
«Il motto di spirito è legato ad una combinazione significante la cui funzione è quella di far sorgere, in una barra di traverso rispetto al senso, un godimento imprevisto.» (J. Lacan, Le Seminario, Libro V)
Il riso sorge nello scarto: nel momento in cui il soggetto viene "scentrato" dalla sua stessa intenzione di dire, il significante produce un senso aberrante che scavalca la rimozione. Il comico svela che il soggetto non è padrone a casa propria, ma un servo del linguaggio che ride della propria stessa alienazione.
2. La maschera fallica e la commedia dell'amore
Nel Seminario VIII: Il transfer (1960-1961), Lacan scandaglia la dimensione dell'amore e dell'illusione feticista, arrivando alla formulazione della celebre massima: «L'amore è un sentimento comico».
La commedia – la cui radice storica risiede nei rituali phallici della Grecia antica – mostra la sproporzione permanente tra l'involucro dell'Ego e l'inadeguatezza del soggetto. Nel tentativo di recitare la parte dell'amante ideale, di rivestire la propria mancanza con gli abiti della pienezza o di incarnare la maestà del Fallo, l'essere umano rivela la propria irrimediabile dipendenza dal desiderio dell'Altro. La pretesa di padronanza scivola inevitabilmente nel ridicolo. Come osserva Lacan, basta esibire il Fallo nella sua veste di ingombrante contrattempo o di maschera ridicola per trasformare il dramma dell'impotenza in un pezzo di commedia.
3. Miller e la caduta del Sembiante
Jacques-Alain Miller raccoglie questa eredità e la proietta nell'ultima fase dell'insegnamento lacaniano, dove la domanda clinica non riguarda più soltanto la decifrazione del senso nascosto, ma il modo di trattare il Reale. Miller sottolinea che l'esistenza parlante (parlettre) è condizionata dall'assioma lacaniano per cui «non c'è rapporto sessuale» (il n'y a pas de rapport sexuel). Non esiste alcuna formula nel Simbolico in grado di definire la complementarietà tra i sessi.
Di fronte a questo vuoto strutturale, il soggetto nevrotico tende a costruire una tragedia: si lamenta del proprio destino, costruisce sintomi dolorosi e soffre per il proprio senso di colpa. La prospettiva di Miller mostra come la cura analitica punti, al contrario, a un cambio di registro: dalla tragedia alla commedia.
«Il comico nasce quando il sembiante rivela la sua natura di puro artificio. Ridere significa assistere allo sgonfiamento dell'Ego e al momento in cui l'ideale rivela il suo lato di feticcio.» (J.-A. Miller, I sembianti della psicoanalisi)
Nel corso dell'analisi, quando l'interpretazione dello psicoanalista "colpisce nel segno", essa non produce una solenne rivelazione metafisica, ma frequentemente una risata liberatoria. Il soggetto ride del proprio stesso sintomo, scorgendo l'assurdità della costruzione narrativa su cui aveva edificato anni di sofferenza.
4. Dal Sintomo al Sinthomo: L'ironia della fine dell'analisi
Nell'ultima clinica milleriana, legata al concetto di sinthomo (il nodo irriducibile di godimento e funzionamento singolare del soggetto), la fine dell'analisi coincide con l'acquisizione di un "saperci fare" (savoir y faire) con il proprio resto sintomatico.
Mentre il sintomo freudiano domanda continuamente un senso e una decifrazione (mantenendo il soggetto incatenato alla nevrosi), il sinthomo si assume nella sua dimensione bizzarra e irriducibile. Il soggetto che conclude il percorso analitico non diventa un essere privo di falle, ma acquisisce la capacità di guardare al proprio godimento singolare senza il pathos della colpa, sviluppando un'ironia leggera e pragmatica nei confronti del proprio destino.
L'analista stesso, occupando la posizione dell'oggetto a e mantenendo una distaccata ironia, fa da specchio alla commedia dell'inconscio, permettendo al soggetto di sgonfiare il peso schiacciante del Grande Autre e di accogliere il proprio pezzo di Reale con un sorriso.
Bibliografia essenziale
- Freud, S. (1905), Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio, in Opere, vol. 5, Boringhieri, Torino.
- Lacan, J. (1957-1958), Il Seminario. Libro V: Le formazioni dell'inconscio, tr. it. Einaudi, Torino, 2004.
- Lacan, J. (1960-1961), Il Seminario. Libro VIII: Il transfer, tr. it. Einaudi, Torino, 2008.
- Miller, J.-A. (1991-1992), De la nature des semblants, corso inedito del Pronunciamento della Psicoanalisi, Parigi
- Miller, J.-A. (2001), L'ultimissimo Lacan, tr. it. Astrolabio, Roma, 2012.
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