L'evoluzione artistica di Mark Rothko (1903–1970) rappresenta uno dei nodi teorici più densi dell'arte del ventesimo secolo. Attraverso la progressiva epurazione della figura e del racconto, la sua pittura approda a una radicalità che sfida i confini della rappresentazione e si apre a una dimensione profondamente spirituale ed esistenziale. Questo saggio si propone di esaminare l'opera matura di Rothko attraverso una duplice lente interpretativa: da un lato, la struttura psicanalitica del "Reale" formulata da Jacques Lacan (1901–1981); dall'altro, l'estetica della contemplazione che unisce la modernità americana all'arte sacra di Beato Angelico (Guido di Pietro, 1395 circa–1455).
1. La Sgretolazione del Simbolico e l'Incontro con il Reale
Per comprendere l'impatto dei Color Field paintings di Rothko alla luce della psicanalisi lacaniana, occorre tracciare la distinzione fondamentale tra il concetto comune di "realtà" e la categoria strutturale del "Reale" [^1]. Nel pensiero di Lacan, la realtà quotidiana è un tessuto ordinato, interamente mediato dal registro del Simbolico (il linguaggio, la legge, la cultura) e dell'Immaginario (l'ego e le sue risonanze visive). Il Reale, al contrario, si colloca al di fuori della parola: esso costituisce l'innominabile, l'eccedenza traumatica, il nucleo di vuoto assoluto che resiste a qualunque tentativo di addomesticamento logico e semantico.
A partire dalla fine degli anni Quaranta, Rothko compie un percorso di spoliazione geometrico-emozionale che ricalca fedelmente questo passaggio clinico. Abbandonati i miti arcaici e le suggestioni surrealiste degli esordi, l'artista elimina ogni residuo figurativo. Sulle sue monumentali tele rimangono soltanto grandi campiture rettangolari dai contorni sfumati. L'assenza di linee di demarcazione nette impedisce all'occhio del fruitore di appoggiarsi su un confine geometrico sicuro, determinando un collasso delle difese del registro Simbolico.
> «Non sono interessato al rapporto tra colore e forma o ad altre combinazioni. Mi interessa solo esprimere le emozioni umane fondamentali: tragedia, estasi, destino.» [^2]
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L'assenza di una narrazione esplicita costringe lo spettatore a un confronto nudo con l'oggetto pittorico. Non vi è nulla da "decodificare" razionalmente. Davanti alla tela si sperimenta un senso di vertigine e di angoscia profonda che coincide, sul piano psicanalitico, con il vacillare della realtà dinanzi all'emergere della Cosa (*Das Ding*) [^3], intesa da Lacan come il vuoto centrale attorno a cui ruota il desiderio del soggetto.
2. La Sublimazione come Recinzione del Vuoto
L'operazione artistica di Rothko non si risolve, tuttavia, in un vuoto nichilismo. Essa incarna la definizione stessa di sublimazione estetica offerta da Lacan nel suo seminario sull'etica: l'atto di «elevare un oggetto alla dignità della Cosa» [^4]. L'artista non tenta di colmare il vuoto esistenziale accumulando simulacri o oggetti di consumo, bensì organizza il vuoto stesso, conferendogli una struttura e una dignità formale.
Attraverso la sapiente stratificazione di velature di colore finissime e diluite, Rothko riesce nell'impresa paradossale di rendere visibile l'impossibilità stessa del mostrare. La tela diviene una soglia in cui il linguaggio abdica a favore di un'esperienza immediata, istituendo uno spazio sacro che troverà il proprio compimento architettonico nella Rothko Chapel di Houston, inaugurata nel 1971. In questo luogo, i quattordici pannelli dalle tonalità scure e apparentemente impenetrabili funzionano come dispositivi di contenimento dell'angoscia, trasformando il Reale traumatico in un vuoto ospitale e meditativo.
3. Il Dialogo Transstorico con Beato Angelico: San Marco e la Cappella di Houston
Il legame tra questa radicalità novecentesca e la tradizione artistica rinascimentale si fa esplicito durante i viaggi in Italia compiuti da Rothko nel 1950 e nel 1959. Durante le sue visite a Firenze, il pittore rimase profondamente scosso dal ciclo di affreschi realizzati da Beato Angelico tra il 1438 e il 1446 all'interno del Convento di San Marco [^5]. Sebbene separati da cinque secoli e da orizzonti teologici distanti, i due autori condividono una medesima concezione dello spazio inteso come strumento di ascesi e di privazione.
Gli affreschi di San Marco non nacquero come decorazioni museali o celebrative, ma come supporti visivi per la preghiera e la meditazione solitaria dei frati domenicani all'interno delle rispettive celle. Beato Angelico attuò una spoliazione dell'immagine che anticipa l'essenzialità moderna: si pensi alla Derisione di Cristo (Cella 7), in cui i carnefici svaniscono come corpi integri, lasciando lo spazio a simboli fluttuanti (una mano che schiaffeggia, un profilo che sputa) stagliati su un fondo monocromo assolutamente privo di profondità prospettica.
Rothko coglie in questa pittura la medesima esigenza di ridurre il rumore del mondo per far emergere l'invisibile. La Rothko Chapel adotta la medesima logica spaziale del convento fiorentino: l'annullamento della distrazione esterna a favore di una staticità assoluta, capace di generare un profondo raccoglimento spirituale.
4. La Luce Immanente e la Materia
Un ulteriore elemento di convergenza tecnica e formale risiede nella natura della luce. Sia in Beato Angelico che in Rothko, la luminosità non si configura come un agente esterno che rischiara i volumi geometrici secondo le regole della fisica o del chiaroscuro drammatico. Al contrario, la luce emana direttamente dall'interno della materia pittorica.
Negli affreschi di San Marco, la stesura opaca del pigmento gessoso assorbe la luce dell'ambiente e la restituisce trasfigurata, priva di ombre nette, evocando una dimensione metafisica e divina. Analogamente, Rothko sovrappone strati cromatici differenti dotati di diversi gradi di trasparenza; la luce attraversa le superfici superficiali per riflettersi sulle basi inferiori, generando l'illusione di una pulsazione endogena. Il colore cessa di essere una proprietà dell'oggetto e diventa presenza pura, una soglia luminosa che conduce il soggetto al limite estremo della parola.
Note a piè di pagina (Citazioni)
[^1]: Cfr. J. Lacan, Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), ed. it. a cura di G. B. Contri, Einaudi, Torino 2003.
[^2]: M. Rothko, dichiarazione rilasciata a Selden Rodman nel 1956, in S. Rodman, Conversations with Artists, Devin-Adair, New York 1957, pp. 93-94.
[^3]: Sul concetto di Das Ding e l'estetica, si veda J. Lacan, Il Seminario. Libro VII. L'etica della psicoanalisi (1959-1960), ed. it. a cura di G. Contri, Einaudi, Torino 1994.
[^4]: Ibidem, p. 147.
[^5]: Per una cronologia dei viaggi di Rothko in Italia e l'influenza dell'arte rinascimentale, cfr. J. E. B. Breslin, Mark Rothko: A Biography, University of Chicago Press, Chicago 1993.
Bibliografia di Riferimento
Breslin, James E. B. (1993). Mark Rothko: A Biography. Chicago: University of Chicago Press.
Lacan, Jacques (1994). Il Seminario. Libro VII. L'etica della psicoanalisi (1959-1960)*. Torino: Einaudi.
Lacan, Jacques (2003). Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964). Torino: Einaudi.
Neri, Nicoletta (a cura di) (2010). Beato Angelico a San Marco. Firenze: Giunti.
Rodman, Selden (1957). Conversations with Artists. New York: Devin-Adair.
Rothko, Mark (2006). Scritti e scritti sull'arte (1934-1969). Milano: Abscondita.