mercoledì 12 agosto 2026

Il lavoro sociale come pratica di soggettivazione


Se la lettura foucaultiana mette a fuoco il rapporto tra dispositivi di potere e produzione di soggettività, la psicoanalisi lacaniana permette di spostare l'accento su un altro piano: quello della struttura del soggetto come soggetto diviso, parlante, mancante. Per Lacan il soggetto non coincide mai con l'individuo empirico né con l'io cosciente: è un effetto del linguaggio, un soggetto barrato ($) che si costituisce nel campo dell'Altro e che resta strutturalmente segnato da una mancanza (Lacan, 1966; 1973). Leggere il lavoro sociale in questa chiave significa chiedersi non tanto "quale soggetto produce l'istituzione", quanto "che posizione occupa l'operatore nel campo dell'Altro in cui il soggetto si costituisce, e cosa fa di quella mancanza".


Il soggetto diviso e l'ingresso nel servizio

Quando una persona accede a un servizio sociale, si presenta già come soggetto parlante: porta con sé una storia, un sintomo, una richiesta formulata in parole. Ma proprio l'atto di rivolgersi a un'istituzione la costituisce anche come soggetto supposto sapere qualcosa di sé che l'istituzione, a sua volta, presume di poter interpretare meglio di lei. Si crea così una duplice supposizione di sapere che ricalca, in forma degradata, la relazione transferale della cura analitica (Lacan, 1973): l'utente suppone che l'operatore sappia cosa gli manca, l'operatore rischia di supporre di saperlo davvero. La soggettivazione, in questa cornice, comincia proprio dal modo in cui questa supposizione viene trattata: se viene confermata e sfruttata, oppure interrogata e restituita al soggetto come sua propria elaborazione.


Domanda e desiderio

Un punto decisivo della clinica lacaniana è la distinzione tra bisogno, domanda e desiderio (Lacan, 1966). Il bisogno è ciò che si presenta come mancanza materiale, la domanda è la sua traduzione nel linguaggio rivolta a un Altro, ma la domanda porta sempre con sé qualcosa di eccedente rispetto al bisogno: chiede, in fondo, una prova d'amore, un riconoscimento. Il desiderio è ciò che resta una volta sottratto il bisogno dalla domanda: una mancanza strutturale che nessuna prestazione può colmare, perché non è mai rivolta a un oggetto determinato ma si sposta continuamente di significante in significante.

Il lavoro sociale, nella misura in cui si organizza per rispondere a bisogni (la casa, il sussidio, il posto in comunità), rischia costantemente di scambiare la domanda per il bisogno e di credersi in grado di soddisfarla interamente. È un rischio che la clinica istituzionale d'orientamento lacaniano ha analizzato a lungo a partire dal lavoro con la psicosi e con l'autismo: l'istituzione, quando si propone come Altro totalizzante che detiene la risposta esatta al disagio del soggetto, finisce per occupare il posto di un Altro onnipotente che pretende di sapere ciò di cui l'altro ha davvero bisogno — posizione strutturalmente vicina a quella che Lacan, nel Seminario XVII, descrive come discorso del padrone (Lacan, 1991).


La posizione dell'operatore: tra padrone e analista

Nel medesimo seminario Lacan elabora i quattro discorsi — del padrone, dell'università, dell'isterica, dell'analista — come diverse configurazioni del legame sociale, ciascuna definita dal posto occupato dal sapere, dalla verità, dall'agente e dal prodotto (Lacan, 1991). Applicare questa griglia al lavoro sociale non significa proporre una equivalenza diretta con la clinica, ma un uso euristico: quando l'istituzione parla al posto dell'utente, definendo dall'alto il suo bisogno e la soluzione adeguata, il legame sociale tende a scivolare verso il discorso del padrone o dell'università, in cui il sapere esperto occupa il posto dominante e il soggetto è ridotto a oggetto di intervento, a "caso" da classificare secondo protocolli.

Il discorso dell'analista, al contrario, colloca l'agente nel posto della causa — l'oggetto a, resto e causa del desiderio — e non nel posto del sapere pieno: l'analista non dice all'altro chi è o cosa deve volere, ma sostiene le condizioni perché il soggetto stesso produca un sapere sulla propria domanda (Lacan, 1991; Miller, 2005). Trasposta nel lavoro sociale, questa posizione non implica affatto che l'operatore diventi analista, ma suggerisce un'etica possibile: astenersi dal riempire troppo in fretta la domanda dell'utente con una risposta pronta e standardizzata, lasciare aperto uno spazio in cui la persona possa articolare, a volte per la prima volta, la propria domanda in parole proprie.


La pratica a più voci: l'équipe come dispositivo decentrato

Un contributo particolarmente utile per pensare il lavoro sociale — che è quasi sempre lavoro d'équipe — viene dalla nozione di pratica a più voci elaborata da Antonio Di Ciaccia a partire dall'esperienza clinica e istituzionale con soggetti psicotici e autistici (Di Ciaccia, 1997). Di Ciaccia mostra come, nelle istituzioni terapeutiche, il rischio maggiore non sia soltanto quello di un operatore che si crede detentore del sapere sul soggetto, ma quello di un'équipe che, per coordinarsi, finisce per costruire un sapere unico e condiviso sul caso, saturando ogni spazio di indeterminazione. La pratica a più voci propone invece di moltiplicare i punti di parola: ciascun operatore occupa una funzione parziale e non totalizzante, e proprio la mancanza di sintesi tra i diversi punti di vista dell'équipe lascia al soggetto uno spazio in cui non essere completamente catturato dal sapere istituzionale.

Trasposto ai servizi sociali, questo principio suggerisce che la frammentazione dei ruoli — l'assistente sociale, l'educatore, lo psicologo, il tutore — non è necessariamente un limite organizzativo da correggere con un coordinamento sempre più stretto, ma può diventare una risorsa strutturale: la persona seguita ha così più occasioni, e più interlocutori parziali, per costruire una propria versione della sua storia, invece di ricevere un'unica narrazione ufficiale già confezionata dall'équipe (Di Ciaccia, 1997).


Soggettivazione come attraversamento della mancanza

In questa prospettiva la soggettivazione non consiste nell'acquisire un'identità stabile riconosciuta dai servizi, ma nel poter riconoscere e sostenere la propria mancanza come propria, senza che essa venga né negata né interamente presa in carico da un Altro — singolo o collettivo — che pretende di saperne di più del soggetto stesso. Il lavoro sociale, se resiste alla fantasia di colmare ogni mancanza e di produrre un sapere unificato e definitivo sulla persona, può allora funzionare come luogo in cui il soggetto trova occasione di parlare, e nel parlare, di soggettivarsi: non di diventare finalmente "normale", ma di assumere come proprio ciò che di lui resta irriducibile a ogni categoria del servizio.


Bibliografia

Di Ciaccia, A. (1997). "Dalla fondazione alla trasmissione. La pratica a più voci". La Psicoanalisi, 21. Roma: Astrolabio.

Lacan, J. (1966). Écrits. Paris: Seuil.

Lacan, J. (1973). Le Séminaire, livre XI: Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse. Paris: Seuil.

Lacan, J. (1991). Le Séminaire, livre XVII: L'envers de la psychanalyse. Paris: Seuil.

Miller, J.-A., a cura di A. Di Ciaccia (2005). L'esperienza del reale nella cura analitica. Roma: Astrolabio.




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