giovedì 15 gennaio 2026

Globalizzazione e logiche del godimento: una lettura di psicoanalisi politica

La globalizzazione opera come un dispositivo che mette in circolazione il godimento, lo espone e lo moltiplica. Non produce un’unica forma di legame, ma fa coesistere e collidere diverse logiche del godimento: modi strutturali attraverso cui la pulsione viene trattata, rilanciata o contenuta nel legame sociale.

Freud aveva già indicato che ogni civiltà si fonda su una rinuncia pulsionale (Il disagio della civiltà). La globalizzazione segna invece una trasformazione decisiva: il godimento non è più regolato principalmente dal limite simbolico, ma diventa visibile, comparabile, esigibile. Come afferma Lacan, “è dal lato del godimento che il legame sociale trova il suo punto di rottura” (Seminario VII).

La globalizzazione non unifica: espone. E ciò che espone è il godimento dell’Altro.


L’esposizione del godimento dell’Altro

Le piattaforme digitali funzionano come dispositivi di messa in scena del godimento. Il godimento dell’Altro non è più velato, ma continuamente offerto allo sguardo: corpi, ricchezze, libertà, consumi.

Jacques-Alain Miller ha descritto questa configurazione come un’epoca in cui “il godimento non è più mediato dalla Legge, ma reso visibile, disponibile, quasi obbligatorio” (L’Altro che non esiste). L’Altro non opera più come garante simbolico, ma come luogo di un eccesso che il soggetto non riesce a integrare.

Lacan è netto: “Il godimento dell’Altro, quando non è simbolizzato, è ciò che produce angoscia” (Seminario X). La globalizzazione generalizza questa esperienza.


Quattro logiche del godimento


1. Logica dell’illimitazione

È la logica del discorso capitalista. Il godimento non incontra un limite strutturante, ma viene incessantemente rilanciato. Ogni soddisfazione deve fallire per riattivare la domanda.

Miller osserva che qui il Super-Io non proibisce, ma ordina: godere. Il risultato non è piacere, ma una circolarità pulsionale che produce stanchezza, depressione, senso di insufficienza permanente.


2. Logica della saturazione del limite

Qui il godimento passa attraverso la rigidità della Legge. Il limite non regola la pulsione: la chiude. L’identità, la purezza, il sacrificio funzionano come garanzia di un godimento delegato all’Altro.

Néstor Braunstein lo dice senza ambiguità: “Quando il godimento non trova legge, il soggetto si sottomette a una Legge che promette di colmarlo” (Goce).


3. Logica dell’amministrazione del godimento

È la logica tecnocratica. Il godimento viene trattato come una variabile da gestire: sicurezza, efficienza, continuità. Il conflitto non viene simbolizzato, ma neutralizzato.

Jorge Alemán parla di una governance che “trasforma il godimento in una funzione tecnica, svuotando il politico del suo carattere antagonista”.


4. Logica del godimento negativo

Qui il soggetto gode della perdita, del torto subito, dell’indignazione. Il legame si costruisce attraverso il risentimento. L’Altro è insopportabile perché gode “al posto mio”.

Miller ha mostrato che questo godimento è particolarmente tenace: non chiede soluzione, ma reiterazione.


Conclusione

Il conflitto contemporaneo non oppone culture o valori, ma logiche del godimento incompatibili. La violenza emerge quando una logica pretende di eliminare le altre, quando il godimento dell’Altro diventa intollerabile.

Il discorso analitico non propone un nuovo ordine del godimento, ma mantiene aperta la mancanza. È una pratica del limite che non si chiude né nell’illimitazione, né nella Legge assoluta, né nella gestione tecnica.


Bibliografia

  • Freud, S., Il disagio della civiltà
  • Lacan, J., Seminario VII. L’etica della psicoanalisi
  • Lacan, J., Seminario X. L’angoscia
  • Miller, J.-A., L’Altro che non esiste e i suoi comitati di etica
  • Braunstein, N., Goce
  • Alemán, J., Capitalismo. Crimine perfetto o emancipazione?


mercoledì 14 gennaio 2026

Il reale del lavoro: il limite che ritorna


1. Un limite che si assottiglia

Il diritto del lavoro nasce come diritto del limite: un argine al potere di interrompere il rapporto di lavoro. Negli ultimi decenni, però, questo limite è stato progressivamente eroso. La giusta causa è stata ridotta a un criterio di proporzionalità; la nullità è stata confinata in un catalogo sempre più ristretto; la reintegrazione è diventata un’eccezione. Le riforme Fornero e Jobs Act hanno cercato di trasformare il licenziamento in un atto tecnico, calcolabile, neutro. Un gesto che non avrebbe più bisogno di essere giustificato, ma solo quantificato.

Eppure, proprio mentre il sistema sembrava orientarsi verso un modello di licenziamento “a bassa intensità”, qualcosa continua a resistere.


2. Prima dello Statuto: rimedi senza potere

Questa resistenza non nasce da nuove leggi, ma da una genealogia più lunga. Molti degli strumenti che oggi utilizziamo per controllare il potere di licenziare – motivo illecito, abuso del diritto, buona fede, nullità per contrarietà a norme imperative – esistevano già prima dello Statuto dei lavoratori. Ma erano rimedi di diritto comune, pensati per i contratti tra privati, non per un potere unilaterale e asimmetrico come il licenziamento. Il datore non era ancora concepito come “potere”, ma come parte contrattuale; il licenziamento non era un atto soggetto a controllo, ma un esercizio della libertà negoziale.


3. Lo Statuto e la trasformazione del potere

Lo Statuto del 1970 cambia tutto. Riconosce l’asimmetria del rapporto di lavoro e trasforma il datore in un soggetto titolare di poteri giuridici. È in questo passaggio che i rimedi di diritto comune cambiano funzione: la buona fede diventa criterio operativo, il motivo illecito diventa causa di nullità, l’abuso del diritto diventa limite teleologico, la discriminazione assume forza espansiva. Non cambiano nome, ma cambiano natura: da rimedi privati a limiti pubblicistici.


4. La zona d’ombra tra giusta causa e nullità

Oggi, però, il terreno è di nuovo instabile. Tra giusta causa e nullità si apre una zona d’ombra in cui il giudice non può affidarsi né alla gravità del fatto né alla lettera della norma. Qui il potere di licenziare non è né pienamente giustificato né radicalmente illecito. È in questo spazio che si misura la tenuta del sistema: non nella norma, ma nella sua funzione.


5. La svolta della Corte costituzionale

La sentenza della Corte costituzionale n. 22 del 2024 segna un punto di svolta. La Corte ha dichiarato incostituzionale la parola “espressamente” contenuta nel d.lgs. 23/2015, chiarendo che la reintegra si applica a tutte le nullità, anche quelle non testuali. È un gesto che ricostruisce il limite proprio dove il legislatore aveva tentato di cancellarlo. La nullità “virtuale” torna così a essere un presidio effettivo, non un residuo marginale.


6. Il ritorno dei rimedi come punti di resistenza

Dopo le riforme, i rimedi di diritto comune non scompaiono: ritornano come punti di resistenza. Ritorsione, sviamento di potere, abuso del diritto, discriminazione indiretta, buona fede in senso forte: non sono più garanzie sistemiche, non sono più architettura del limite. Sono luoghi in cui il potere inciampa. In cui il licenziamento rivela la sua verità.


7. Il potere e ciò che ritorna

Ed è qui che emerge una dimensione più profonda. Ogni potere che tenta di presentarsi come neutro porta con sé un punto che non controlla: un resto, un inceppo, qualcosa che ritorna proprio quando sembra cancellato. Quando la Legge non funziona più come garanzia stabile, ciò che tiene insieme il campo del lavoro non è un principio astratto, ma una serie di resistenze minime, di ritorni, di opacità che impediscono al potere di chiudersi su se stesso. È in questi punti che il limite continua a vivere: non come norma, ma come ciò che ritorna ogni volta che il potere tenta di naturalizzarsi.


8. Il lavoro oltre la tecnica

Politicamente, questo significa che il licenziamento non è mai un atto neutro. È sempre un esercizio di potere, e come tale deve essere interrogato, contestato, riportato alla sua funzione. La zona d’ombra tra giusta causa e nullità non è un difetto del sistema: è il luogo in cui il sistema mostra la sua verità. È lì che si decide se il lavoro resta un terreno di diritti o se diventa un semplice fattore produttivo.

Il limite che ritorna non è un residuo nostalgico: è la condizione per immaginare un futuro in cui il lavoro non sia governato solo dalla tecnica, ma anche dal senso. Un futuro in cui nessun potere — nemmeno quello di licenziare — possa dirsi assoluto.



Bibliografia

- G. Giugni, Diritto del lavoro, Cacucci.  

- F. Carinci (a cura di), Commentario allo Statuto dei lavoratori, Utet.  

- A. Vallebona, Il licenziamento, Giappichelli.  

- Corte costituzionale, sent. n. 22/2024.

-J. Lacan, Seminario XVII, L'etica della psicoanalisi, Einaudi 


Attraversare la macchina. Ripetizione, incontro e desiderio nell'epoca dell'AI



La macchina che ripete
L’intelligenza artificiale è oggi la più potente macchina della ripetizione mai costruita. Predice ciò che stiamo per scrivere, completa le nostre frasi, suggerisce la musica “giusta” per il nostro umore, ottimizza percorsi, consumi, scelte. Apriamo una piattaforma di streaming e troviamo una playlist che sembra conoscerci meglio di quanto ci conosciamo noi stessi; scriviamo una mail e il sistema propone la chiusura prima che abbiamo deciso cosa vogliamo dire. È una tecnica che tende a eliminare l’inciampo, a ridurre l’imprevisto, a saturare il possibile.

Qui una distinzione antica torna sorprendentemente attuale. Nella Fisica, Aristotele separa ciò che accade per necessità, ciò che accade per intenzione e ciò che accade per caso. Due termini — automaton e týche — diventano strumenti preziosi per leggere il nostro rapporto con la tecnica. Lacan, nel Seminario XI, riprende questa coppia: automaton è la ripetizione del significante; týche è l’incontro con il reale, ciò che interrompe la catena.

Automaton: la continuità che rassicura
Per Aristotele, automaton indica il caso impersonale, l’effetto collaterale di una catena causale. Lacan ne fa il nome del funzionamento automatico del simbolico. Oggi, automaton è ovunque: nel feed che conferma le nostre opinioni; nel navigatore che suggerisce sempre la strada più veloce, mai quella più interessante; negli algoritmi che selezionano partner “compatibili” riducendo il desiderio a statistica; nel correttore automatico che elimina il lapsus prima che possa dire qualcosa del soggetto.

Un esempio clinico: un paziente racconta di usare un’app che “gli ricorda quando respirare”. Dopo qualche settimana dice di sentirsi “sbagliato” quando respira senza l’app. L’automatismo diventa norma, e la norma diventa dipendenza. Jacques-Alain Miller ha descritto il discorso del capitalista come un sapere senza limite e senza mancanza. L’IA ne è la forma operativa: un Altro che non garantisce, ma calcola; un Altro che parla senza desiderare.

Týche: l’inciampo che apre
Per Aristotele, týche riguarda l’umano: l’incontro inatteso, l’evento che devia un’azione verso un esito non previsto. Lacan ne fa il nome dell’incontro con il reale. La týche è l’inciampo, il lapsus, l’evento.

Esempi concreti: un errore di battitura che apre una conversazione imprevista; un incontro casuale in treno che modifica una decisione importante; un imprevisto sul lavoro che costringe a inventare una soluzione nuova; un paziente che arriva in seduta “per sbaglio” e dice qualcosa che non avrebbe detto nel tempo previsto. Clinicamente, è il punto in cui il soggetto incontra ciò che non può essere ridotto a un profilo. Politicamente, è ciò che sfugge alla governance predittiva.

Una tecnica che riduce l’incontro
La novità del nostro tempo non è che l’IA ripeta, ma che tenda a eliminare l’incontro. Le app di dating filtrano l’imprevisto e trasformano il desiderio in compatibilità algoritmica; i sistemi di raccomandazione impediscono di inciampare in un libro inatteso; i software HR scartano un candidato perché “non corrisponde al profilo”, senza che nessuno lo incontri davvero.

Stiegler parla di protesizzazione dell’immaginazione; Han di una società che elimina l’opacità e con essa il negativo; Hui mostra come la tecnica moderna massimizzi la ricorsività riducendo la contingenza. L’IA non produce incontro — ma rischia di impedirci di incontrarlo.

Difendere l’inciampo
Difendere l’imprevisto non significa difendere il caos, ma la possibilità dell’incontro. Significa difendere il diritto all’inciampo, al non-sapere, a non essere completamente leggibili, a desiderare senza template, a non coincidere con il proprio profilo. È una battaglia politica, non nostalgica. Perché una società senza imprevisto è una società senza futuro.

Bibliografia essenziale
– Aristotele, Fisica, Libro II
– J. Lacan, Il Seminario, Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi
– B. Stiegler, La società automatica
– B.-C. Han, La società della trasparenza
– Y. Hui, Recursivity and Contingency
– P. Kantzas, Le logiche del godimento (seminari AMP/ECF)


venerdì 26 dicembre 2025

La psicoanalisi come scienza logica del reale




Oltre il positivismo: che cosa significa “scienza”?

La questione dello statuto scientifico della psicoanalisi accompagna la disciplina sin dalle sue origini. Valutata secondo i criteri delle scienze naturali — verificabilità empirica, ripetibilità, previsione causale — la psicoanalisi è stata spesso considerata una pratica non scientifica. Ma questa obiezione presuppone una concezione ristretta di scientificità. Freud stesso era consapevole che la psicoanalisi non procede per osservazione diretta, bensì per costruzione teorica a partire dagli effetti dell’inconscio (Freud, Introduzione alla psicoanalisi).

Se si riconosce che esistono scienze non sperimentali — come la logica o una parte della matematica — la psicoanalisi può essere pensata come una scienza logica del reale.


Freud: il sintomo come formazione necessaria

In Freud il sintomo non è un errore da eliminare, ma una formazione necessaria. Nella Psicopatologia della vita quotidiana, Freud mostra come dimenticanze, lapsus e atti mancati obbediscano a una determinazione inconscia. Un soggetto che dimentica sistematicamente un appuntamento decisivo non lo fa per distrazione: la dimenticanza è una soluzione di compromesso a un conflitto.

Il sintomo non è dunque un messaggio da decifrare, ma una risposta strutturata. Come Freud sottolinea più volte, il sintomo è ciò che permette al soggetto di continuare a funzionare, pur al prezzo della sofferenza.


Lacan: il reale come limite del senso

Con Lacan la psicoanalisi si separa definitivamente da ogni psicologia della comprensione. L’inconscio è strutturato come un linguaggio, ma non tutto è simbolizzabile. Nel Seminario XI Lacan introduce il Reale come ciò che resiste alla rappresentazione, “ciò che ritorna sempre allo stesso posto” (Lacan, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi).

Un esempio clinico ricorrente: un soggetto comprende perfettamente l’origine della propria inibizione — un padre esigente, un ideale irraggiungibile — e tuttavia resta bloccato. Qui emerge il reale: ciò che non si scioglie con il senso.


Psicoanalisi ed ermeneutica clinica: un equivoco persistente

È a questo punto che si apre il nodo del rapporto con l’ermeneutica clinica. Paul Ricoeur ha definito la psicoanalisi come una “ermeneutica del sospetto”, inscrivendola nel campo dell’interpretazione (Ricoeur, Freud e la filosofia). Questa lettura ha avuto grande influenza, ma rischia di produrre un equivoco clinico.

Se la psicoanalisi fosse un’ermeneutica, la cura coinciderebbe con la produzione di senso. La clinica mostra invece che il sintomo persiste anche quando è compreso.


Il limite dell’interpretazione: quando il senso rafforza il sintomo

Lacan è esplicito nel mettere in guardia contro l’eccesso di senso. L’interpretazione analitica non è spiegazione, ma intervento sul significante. Un’interpretazione che “fa capire” può diventare suggestione o pedagogia (Seminario XI).

Un esempio tipico: dire a un soggetto che il suo sintomo “significa” un bisogno d’amore può produrre sollievo, ma anche rafforzare l’identificazione al sintomo. Il senso, anziché dissolvere il problema, può irrigidirlo. Come Lacan afferma nel Seminario XX, il senso è sempre in eccesso rispetto al reale del godimento.


Il reale segue una logica, non una narrazione

Un altro punto di distanza dall’ermeneutica riguarda la ripetizione. Un soggetto cambia relazioni, lavoro, città, ma ritrova sempre la stessa impasse: conflitti con l’autorità, rotture improvvise, esclusioni. L’ermeneutica costruisce una narrazione coerente di questa storia; la psicoanalisi osserva una struttura che si ripete.

La ripetizione non è memoria mal elaborata, ma effetto di una necessità logica. Il reale non è narrabile: ritorna indipendentemente dal racconto che il soggetto fa di sé.


Formalizzare l’impossibile

L’uso lacaniano della logica, della topologia e della matematica non serve a “scientificizzare” la psicoanalisi in senso positivista. Serve a formalizzare l’impossibile. Un nodo borromeo non spiega una storia: mostra una struttura. Come osserva Jacques-Alain Miller, la formalizzazione non produce senso, ma delimita un punto di impossibilità (Miller, Introduzione alla clinica lacaniana).


Una scienza del limite, non del significato

Pensare la psicoanalisi come scienza logica del reale significa sottrarla sia al riduzionismo scientista sia all’ermeneutica generalizzata. La psicoanalisi non è una teoria del significato, ma una pratica che assume il fallimento del senso come dato strutturale.

Come afferma Lacan, “la verità ha struttura di finzione”, ma il reale non si lascia finzionalizzare del tutto. È su questo limite che la psicoanalisi fonda il proprio rigore: una scienza senza garanzia ultima, ma non senza logica.


Bibliografia essenziale

S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, Boringhieri

S. Freud, Psicopatologia della vita quotidiana, Boringhieri

J. Lacan, Scritti, Einaudi

J. Lacan, Il seminario. Libro XI, Einaudi

J. Lacan, Il seminario. Libro XX, Einaudi

P. Ricoeur, Dell' interpretazione. Saggio su Freud, Il Mulino

J.-A. Miller, Introduzione alla clinica lacaniana, Astrolabio




giovedì 11 dicembre 2025

Eschaton. Per un’erotica del tempo estremo


Il tempo dell’invecchiamento non è solo successione cronologica (Chronos, χρόνος), ma un esperire soggettivo della fine, un attraversamento del limite che modella la percezione di sé, degli altri e del mondo. Nella psicoanalisi lacaniana, il soggetto si confronta con il reale dell’evento, più che con il passaggio lineare degli anni (Lacan, 1973). L’anziano non si identifica con la quantità di tempo trascorsa, ma con il suo rapporto al desiderio, alla memoria e alla mancanza simbolica.

Eschaton e tempo estremo

L’Eschaton, inteso come tempo ultimo o fine dei tempi (Aion, αἰών), acquista una dimensione psicoanalitica nella vita dell’anziano che sperimenta la propria finitudine. Il concetto di “tempo restante”, sviluppato da Agamben (2000), si intreccia con la soggettivazione lacaniana: il soggetto deve confrontarsi con ciò che non può essere assimilato o controllato dal simbolico.

Il desiderio in età avanzata si manifesta con intensità nella consapevolezza del limite, dando luogo a un erotismo del tempo (Kairos, καιρός) che non è più legato al possesso o al dominio, ma alla relazione con la continuità simbolica (Lacan, 1975). In questa fase, il soggetto vive un doppio tempo: il Chronos degli eventi vissuti e il Kairos del desiderio al limite, dove il godimento si radica nell’essere stesso.

Corpo, desiderio e vecchiaia

Il corpo dell’anziano diventa luogo di esperienza e desiderio. Secondo Soler (2016), nella maturità la relazione tra corpo e desiderio è mediata da un rapporto simbolico più flessibile, in cui l’angoscia non viene negata, ma accolta e trasformata. La percezione della Hora (ὥρα), il momento opportuno dell’evento, diventa centrale: il soggetto sente l’imminenza del limite e trasforma la consapevolezza della morte in esperienza di soggettivazione. Il corpo, segnando la finitudine, diventa anche testimonianza della capacità simbolica di trovare senso e desiderio nella fase estrema della vita.

Edipo a Colono e il destino della vecchiaia

La tragedia di Sofocle, Edipo a Colono, fornisce un parallelo poetico dell’invecchiamento (Sofocle, 2021). Edipo, vecchio e cieco, giunge a Colono in cerca di ospitalità e trova un passaggio simbolico verso la morte. Il suo destino (Moira, μοῖρα) mostra come l’anziano viva la temporalità estrema con consapevolezza, trasformando la vecchiaia in esperienza simbolica e desiderante. La tragedia evidenzia il confronto tra limitazione biologica e eternità simbolica, illustrando come la fine della vita possa essere un momento di piena soggettivazione.

Erotica del tempo estremo

Il concetto di erotica del tempo estremo, sviluppato da Miller e ripreso da Soler (2016), indica un’intimità con la propria finitudine, in cui il piacere non è dominio o possesso, ma relazione con l’Altro e con sé stessi. Questa forma di erotica si manifesta nella creazione simbolica, nella narrazione della propria storia e nella trasmissione dei valori, rendendo l’anziano attore del proprio passaggio verso il limite.

La vecchiaia diventa così un terreno privilegiato per la soggettivazione, in cui desiderio, memoria e simbolico si intrecciano (Aion, αἰών). Il godimento non si riduce alla corporalità o all’azione, ma si sposta nella dimensione della relazione simbolica, del racconto e della trasmissione, conferendo senso al tempo estremo vissuto.

Conclusione

L’invecchiamento, nella prospettiva psicoanalitica lacaniana, non è solo decadimento biologico, ma ritorno al reale e rielaborazione del desiderio. L’Eschaton permette di comprendere finitudine, memoria affettiva e continuità simbolica. Sofocle e Lacan mostrano come la vecchiaia possa diventare una fase di intensa soggettivazione e possibilità di godimento simbolico.

L’anziano, affrontando il limite del tempo, può percepire il senso compiuto della propria storia, consolidare le relazioni simboliche e accedere a una forma di soggettivazione matura. Così la vecchiaia si trasforma non in perdita, ma in un tempo di significato e di desiderio.


Bibliografia

  • Agamben, G. (2000). Il tempo che resta. Un commento alla Lettera ai Romani. Neri Pozza.

  • Lacan, J. (1973). Scritti. Einaudi.

  • Lacan, J. (1975). Seminario XX. Encore. Einaudi.

  • Miller, J.-A., AMP, Seminari, concetto di erotica del tempo.

  • Sofocle. (2021). Edipo a Colono. Trad. Giovanni Cerri. Marsilio

  • Soler, C. (2016). Gli affetti lacaniani. Franco Angeli


lunedì 24 novembre 2025

La seduta a tempo variabile secondo Lacan



La seduta a tempo variabile è una delle innovazioni più radicali introdotte da Lacan nella pratica psicoanalitica. Non si tratta di un artificio tecnico né di un vezzo stilistico, ma di un modo diverso di pensare il tempo dell’inconscio: un tempo fatto di tagli, di scarti, di momenti improvvisi in cui qualcosa si apre.

Un tempo che non coincide con l’orologio

La psicoanalisi classica aveva stabilito un formato stabile: circa 45 minuti per ogni seduta.
Lacan rompe questa regola perché ritiene che il vero tempo dell’analisi non sia cronologico, ma logico: ciò che conta è il punto in cui qualcosa del soggetto si presenta, non il minutaggio.

Per questo le sue sedute possono durare dieci minuti o quaranta: il criterio è la comparsa di un significante che merita di essere isolato.

Il taglio come atto

La seduta lacaniana non termina “perché il tempo è finito”, ma perché compare un punto di verità.
Il taglio è l’atto che fa risuonare quell’emergenza. Funziona come una punteggiatura: interrompe per far ascoltare meglio.
Non chiude, apre.
Il lavoro analitico continua fuori dalla seduta, come un nodo che insiste, che costringe a pensare.

Contro la chiacchiera

L’idea di Lacan è semplice e radicale: il discorso dell’analizzando spesso si adagia, si ripete, si prolunga inutilmente. La seduta lunga può diventare uno spazio di galleggiamento, dove l’inconscio si ritira e l’Io parla per inerzia.
Il tempo variabile mira invece a catturare l’istante di verità, evitando che venga assorbito dal flusso della parola.

Un dispositivo che responsabilizza

L’imprevedibilità del taglio ha anche un effetto etico: toglie al soggetto la sicurezza del tempo programmato.
Non sa quando la seduta finirà: deve rischiare qualcosa della sua parola.
Il taglio diventa così un gesto che rimette il soggetto davanti al proprio desiderio, senza protezioni.

Una pratica fraintesa

La seduta variabile ha suscitato critiche, soprattutto negli ambienti IPA: “non è standard”, “è troppo breve”, “è potenzialmente abusiva”.
Lacan rispondeva che il tempo della cura non è una tariffa, ma una logica.
Il taglio non serve a fare più sedute, ma a farne di migliori: più dense, più incisive, meno anestetizzanti.

Un tempo diverso

Nel mondo accelerato di oggi, dove tutto viene misurato e ottimizzato, la seduta a tempo variabile rimane una provocazione: introduce un tempo non produttivo, un tempo che non si lascia cronometrare.
È il tempo dell’inconscio, che non coincide con quello del calendario né con quello del lavoro.
È il tempo in cui può accadere qualcosa.


Bibliografia essenziale

J. Lacan, Scritti, Einaudi.

J. Lacan, Il Seminario, Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi.

J. Lacan, Il Seminario, Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, Einaudi.

J.-A. Miller,  Introduzione alla clinica lacaniana,  Astrolabio.



domenica 16 novembre 2025

Pedagogia speciale, DSA e prospettiva psicoanalitica


1. Introduzione: tra DSA e soggettività

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento sono oggi interpretati soprattutto come difficoltà neurobiologiche che incidono sui processi di lettura, scrittura e calcolo (Cornoldi, 2012). Questa prospettiva è utile, ma rischia di essere incompleta se non si considera la dimensione soggettiva che accompagna ogni difficoltà scolastica. Una lettura psicoanalitica lacaniana non sostituisce l’approccio pedagogico, ma lo integra interrogando ciò che, nell’apprendimento, eccede la pura funzione cognitiva: il desiderio, il legame e la parola.


2. Il soggetto nel linguaggio: la lettera come nodo

Per Lacan, il soggetto “abita la lingua prima ancora di utilizzarla” e la lettera è “materiale del significante” che insiste sul corpo (Lacan, 1957-58). Questa intuizione è feconda in pedagogia speciale: il bambino con DSA non è un deficit da normalizzare, ma un soggetto attraversato dalla struttura del linguaggio, che incontra ostacoli nella sua materializzazione grafica o fonologica.

L’insegnante, da questa prospettiva, non lavora solo sull’abilità ma sul rapporto del soggetto con il proprio modo di iscriversi nel linguaggio.


3. DSA come incontro tra struttura e relazione

Le ricerche psicopedagogiche mostrano che i DSA richiedono interventi mirati e strategie didattiche adattate (Canevaro, 2006; Ianes, 2005). Tuttavia, la psicoanalisi invita a non dimenticare che ogni difficoltà è anche un messaggio. Mannoni ricorda che il sintomo “non è mai puro malfunzionamento, ma risposta del soggetto a un contesto” (Mannoni, 1964).

In un’ottica integrata, l’ostacolo non è solo un problema da compensare, ma anche un punto di domanda che l’educatore può accogliere come via di accesso al soggetto, non alla diagnosi.


4. Il ruolo della relazione educativa

La pedagogia speciale contemporanea ha mostrato che l’inclusione non si produce attraverso norme o strumenti, ma attraverso la qualità del legame educativo (Canevaro, 2006). La psicoanalisi contribuisce chiarendo che tale legame non è neutro: l’insegnante è portatore di un desiderio e può diventare, come dice Recalcati, “colui che testimonia che il sapere vale” (Recalcati, 2014).

Nel lavoro con studenti con DSA, questo significa evitare sia l’iperprotezione sia la pressione prestazionale. L’insegnante è chiamato a sostenere un rapporto possibile con il sapere, non a eliminare ogni mancanza.


5. Inclusione come incontro con la differenza

L’inclusione, afferma Ianes, nasce da una “speciale normalità” (Ianes, 2005): un contesto capace di accogliere differenze senza renderle eccezioni. Qui la psicoanalisi offre una chiave importante: la differenza non va appiattita né celebrata astrattamente, ma riconosciuta come tratto singolare.

Per Lacan il soggetto è sempre “diffratto” dal significante, mai identico a sé: questa idea si traduce pedagogicamente nel non fissare lo studente nella categoria “dislessico” o “discalculico”, ma nel mantenere aperto il suo potenziale.


6. Strategia, tecnica e desiderio

Le strategie didattiche per i DSA — mappe, semplificazione, riconsegne scalate, strumenti compensativi — sono indispensabili (Cornoldi, 2012). Ma funzionano davvero quando si inseriscono in un contesto che sostiene la soggettività.

Se il ragazzo vive l’aiuto come stigma, la strategia fallisce; se lo vive come possibilità, la strategia apre un percorso. La psicoanalisi ricorda che ogni apprendimento implica un atto di desiderio: non c’è tecnica che funzioni senza un posto, anche minimo, per il desiderio del soggetto (Brusa 2024).


7. Una sintesi possibile

La pedagogia speciale fornisce strumenti, la psicopedagogia indica cornici inclusive, la ricerca sui DSA chiarisce processi e tecniche. La lettura psicoanalitica, senza negare nulla di tutto ciò, restituisce spessore all’esperienza del bambino e dell’adolescente, mostrando che la difficoltà non è mai riducibile a un circuito neurocognitivo.

Educare un ragazzo con DSA significa allora sostenere abilità, ma anche ascoltare il suo rapporto singolare con il sapere, il suo modo di entrare nella parola, il suo ritmo. Come ricorda Canevaro, “si educa sempre qualcuno, non qualcosa” (2006).

Una scuola che tiene insieme competenza e soggetto diventa davvero inclusiva.


Bibliografia essenziale

Brusa, L. (2024), I disturbi dell'apprendimento, Quodlibet: Roma

Canevaro, A. (2006), Pedagogia speciale. Milano: Mondadori.

Cornoldi, C. (2012). I disturbi specifici dell’apprendimento. Bologna: Il Mulino.

Ianes, D. (2005). La speciale normalità. Trento: Erickson.

Lacan, J. (1957-58). Le formazioni dell’inconscio. Torino: Einaudi.

Mannoni, M. (1964). Il bambino ritardato e la madre. Milano: Feltrinelli.

Recalcati, M. (2014). L’ora di lezione. Torino: Einaudi.


sabato 15 novembre 2025

Psicocardiologia: il cuore tra corpo, inconscio e reale


Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte nel mondo, con circa 19,8 milioni di decessi all’anno secondo l’OMS. In Italia, circa un adulto su tre presenta una forma di cardiopatia, spesso associata a ipertensione, diabete, dislipidemia e sedentarietà.

Oltre ai fattori biologici, stress, ansia e depressione influenzano significativamente la progressione della malattia: la depressione aumenta del 60–70% il rischio di eventi cardiaci, mentre lo stress cronico raddoppia la probabilità di infarto o morte improvvisa (Steptoe & Kivimäki, 2022). Questi dati mostrano come il cuore non sia solo organo biologico, ma luogo in cui il reale dell’inconscio può iscriversi corporalmente.


Approccio psicosomatico e psicodinamico

La psicosomatica francese evidenzia nei pazienti cardiopatici un funzionamento mentale operativo, orientato all’azione e povero di rappresentazioni affettive. Emozioni intense non elaborate, come rabbia, frustrazione o senso di colpa, si scaricano sul corpo, contribuendo a ipertensione, aritmie e ischemia coronarica.

La psicodinamica permette di esplorare conflitti intrapsichici, storia relazionale e modalità di regolazione emotiva. Tra le configurazioni più frequenti si osservano:

repressione di aggressività verso figure significative;

tensioni tra autonomia e dipendenza;

ipercontrollo delle emozioni e senso di responsabilità eccessivo;

esperienze infantili di attaccamento instabile o traumatico.

Esempio clinico: un uomo di 55 anni con cardiopatia ischemica riferisce dolore toracico durante conflitti lavorativi, incapace di manifestare rabbia verso il capo. La lettura psicoanalitica lacaniana interpreta il sintomo come trasposizione corporea di tensioni non simbolizzate, un segno che il cuore “parla” ciò che il linguaggio non può ancora nominare.

Una donna con ipertensione cronica, che reprime rabbia e sovraccarico di responsabilità, mostra come l’iperattivazione cardiaca rappresenti un effetto del reale sull’organo, un conflitto interno che il soggetto non riesce a elaborare simbolicamente.


Lettura psicoanalitica 

Secondo la prospettiva lacaniana, il corpo parla quando manca il simbolico. Aritmie, dolore toracico e ipertensione possono essere lette come tracce corporee del reale dell’inconscio, affetti non mentalizzati che il soggetto non riesce a integrare simbolicamente.

Esempio clinico: un uomo con aritmia peggiora nei periodi di pressione sociale intensa. In chiave lacaniana, il cuore “scrive” il reale: non trasmette un messaggio codificato, come nell’isteria, ma manifesta un conflitto inconscio che il linguaggio cosciente non riesce a nominare.

In questa prospettiva, stress cronico, ansia e repressione della rabbia costituiscono il reale che si incide sul cuore, rendendo il sintomo un registro corporeo dell’inconscio.


Integrazione clinica

L’approccio psicocardiologico integrato combina:

Medicina cardiovascolare: gestione dei fattori di rischio;

Psicosomatica: osservazione di come conflitti non elaborati si scarichino sul corpo;

Psicodinamica: analisi dei conflitti intrapsichici e delle dinamiche relazionali;

Lettura psicoanalitica lacaniana: il corpo come registro del reale quando manca la parola.

Gli interventi clinici includono supporto psicologico, simbolizzazione dei conflitti, gestione dello stress e consapevolezza corporea. L’obiettivo è che il paziente integri corpo e psiche, trasformando la sofferenza cardiaca in esperienza simbolicamente elaborata.


Conclusione

La psicocardiologia mostra come il cuore sia spazio di iscrizione dei conflitti intrapsichici e del reale psichico, dove stress, ansia, depressione e repressione emotiva modulano la manifestazione dei sintomi. L’approccio integrato psicosomatico, psicodinamico e psicoanalitico lacaniano permette di leggere il cuore come registro vivo dell’inconscio, restituendo parola e significato ai sintomi corporei.



Bibliografia essenziale

Marty, P. (1968). L’ordre psychosomatique. PUF.

Dejours, C. (1989). Corps, d’unité et divisions. Payot.

Lacan, J. (1964). Le Séminaire, Livre XI: Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse. Seuil.

Steptoe, A., & Kivimäki, M. (2022). Stress and Cardiovascular Disease. Nature Reviews Cardiology, 19(9), 601–615.

McEwen, B.S. (2007). Physiology and neurobiology of stress and adaptation. Physiological Reviews, 87(3), 873–904.

Spence, N., et al. (2020). Psychosocial factors and cardiovascular disease. European Heart Journal, 41(3), 223–232.




mercoledì 5 novembre 2025

Psicoanalisi e teoria della conoscenza

Vortice


1. La posizione di Lacan: una scienza rigorosa ma diversa dalle scienze naturali

Lacan riteneva che la psicoanalisi dovesse emanciparsi sia dalla psicologia empirica sia dalla filosofia umanistica, per diventare una scienza autonoma del linguaggio e del desiderio.
Non voleva fare della psicoanalisi una scienza “dura”, ma una scienza del soggetto dell’inconscio, cioè di ciò che la scienza moderna esclude (l’effetto del linguaggio sul corpo).

Per lui, la psicoanalisi era una “scienza del reale”, rigorosa come la matematica, ma centrata su un altro oggetto.
Questa idea rimane coerente internamente al suo sistema teorico, ma non è stata accettata da tutti.


2. Le riserve del mondo scientifico

Dal punto di vista delle scienze naturali o cognitive, la psicoanalisi non è considerata una scienza, perché non produce dati replicabili né verificabili sperimentalmente.
Il criterio popperiano di falsificabilità non si applica al discorso analitico.
Per i neuroscienziati o gli psicologi sperimentali, dunque, la psicoanalisi resta una disciplina interpretativa o clinica, non scientifica.

Molti ritengono che il linguaggio di Lacan, altamente simbolico e formalizzato, sia troppo distante dai metodi empirici per poter essere definito scientifico.


3. Le divisioni interne alla psicoanalisi

Anche dentro il mondo psicoanalitico le posizioni divergono:

  • Gli eredi lacaniani (soprattutto della Scuola di Miller, Milner, Badiou, Recalcati in parte) difendono l’idea che la psicoanalisi sia una scienza logica del soggetto.
    La sua scientificità non starebbe nella verifica empirica, ma nella coerenza formale del suo discorso e nella ripetibilità del dispositivo clinico (il transfert, l’interpretazione, il sintomo).

  • I freudiani classici e molti kleiniani preferiscono parlare di “disciplina clinica fondata sull’esperienza”, non di scienza.
    Sottolineano che il cuore dell’analisi è la relazione umana e non una struttura logica astratta.

  • Gli psicologi del sé o gli analisti relazionali (soprattutto nel mondo anglosassone) rifiutano quasi del tutto l’idea di scientificità lacaniana: per loro, la psicoanalisi è una forma di ermeneutica clinica, un modo di comprendere le narrazioni del soggetto.


4. Le letture filosofiche contemporanee

Diversi filosofi, però, hanno preso sul serio la proposta di Lacan:

  • Alain Badiou e Jean-Claude Milner parlano della psicoanalisi come di una scienza del reale, una scienza che non elimina il soggetto ma lo produce come effetto di sapere.
  • Slavoj Žižek la difende come “contro-scienza”: una disciplina che mostra il limite interno di ogni sapere totalizzante.
  • Al contrario, Paul Ricoeur e Habermas la leggono come ermeneutica del sé, non come scienza logica.

Dunque, nella filosofia contemporanea la posizione di Lacan è apprezzata ma non universalmente accettata: è considerata una sfida ai confini della scienza, non un modello consolidato.


5. Una scienza “altra”

In sintesi, la maggioranza del mondo scientifico non riconosce la psicoanalisi come scienza nel senso stretto, mentre il mondo lacaniano la rivendica come una scienza “altra”, che usa la logica per trattare ciò che le altre scienze escludono: il desiderio, il sintomo, il reale.
È quindi una scienza in senso proprio solo all’interno del suo paradigma.

Come dice Lacan nel Seminario XI:

“La psicoanalisi è la scienza di ciò che la scienza rifiuta: il soggetto.”


martedì 4 novembre 2025

Cefalee. Una lettura psicosomatica e psicoanalitica


Il dolore come linguaggio del corpo

Le cefalee non sono mai solo dolore: rappresentano un linguaggio del corpo, un modo in cui la psiche comunica attraverso il sistema nervoso e i vasi cranici. Il mal di testa pulsante, la tensione muscolare, la nausea e le vertigini che spesso lo accompagnano non sono casuali: sono segnali di un intreccio profondo tra biologia, emozioni e conflitti inconsci.


La dimensione biologica dell’emicrania

L’emicrania è un esempio emblematico di come fattori biologici e psichici si intreccino:

Attivazione del sistema trigemino‑vascolare e rilascio di peptidi come il CGRP, che causano dolore pulsante e infiammazione neurogena.

Alterazioni dei neurotrasmettitori: serotonina, dopamina e glutammato, che modulano dolore, nausea e sensibilità sensoriale.

Attivazione del sistema nervoso autonomo, responsabile di tachicardia, pallore, sudorazione e vertigini.

Questi meccanismi biologici, pur essendo concreti, non esauriscono il senso del sintomo: il corpo diventa il luogo in cui si manifesta angoscia, ansia e desiderio non espresso.


La prospettiva psicoanalitica

Secondo la psicoanalisi lacaniana, la cefalea può essere interpretata come formazione sintomatica in una struttura isterica:

Il soggetto trasforma conflitti inconsci in sintomi corporei (dolore, nausea, vertigini, tachicardia).

Il sintomo corporeo comunica ciò che la parola non riesce a esprimere.

La cefalea spesso si inserisce in un circuito psicosomatico più ampio, che può includere attacchi di panico e sintomi vegetativi, tutti collegati in un ciclo auto‑rinforzante.


Il circuito psicosomatico cronico

Il ciclo funziona così:

1. La struttura isterica genera ansia e attivazione psichica.

2. Il corpo risponde con attivazione del sistema nervoso autonomo e aumento del cortisolo, tensione muscolare e alterazioni neurochimiche.

3. La cefalea e gli altri sintomi corporei amplificano l’attenzione sul corpo e l’ansia, rinforzando la struttura sintomatica.

Nel tempo, questo circuito può diventare cronico, abbassando la soglia del dolore e aumentando la vulnerabilità a nuovi episodi.


Mente e corpo come un unico campo

Il sintomo corporeo rivela una narrazione simbolica incarnata: il dolore comunica ansia, conflitti e desideri inconsci.

Interventi esclusivamente farmacologici o fisici possono attenuare temporaneamente i sintomi, ma non spezzano il circuito psicosomatico.

Analogamente, trattare solo ansia o panico senza considerare la componente biologica lascia il corpo “prigioniero” del sintomo.


Conclusione

Una lettura integrata psicosomatica e psicoanalitica invita a considerare le cefalee come fenomeni multidimensionali, dove corpo e psiche si influenzano reciprocamente. Solo lavorando su tutti i livelli — biologico, emotivo e simbolico — è possibile interrompere il circuito, restituendo al soggetto autonomia sul proprio corpo e sul proprio desiderio, e trasformando il dolore da linguaggio unico della sofferenza a messaggio interpretabile e gestibile.



Il lavoro sociale come pratica di soggettivazione

Se la lettura foucaultiana mette a fuoco il rapporto tra dispositivi di potere e produzione di soggettività, la psicoanalisi lacaniana perme...